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Centri di Aggregazione Giovanile, Educativa
di strada, percorsi di prevenzione al disagio e alle dipendenze.
Un progetto di animazione con gli adolescenti, perché possa produrre risultati significativi sul territorio, ha bisogno di due elementi: alcuni “spazi di libertà” e una prospettiva di stabilità temporale. Per “spazi di libertà” si intende la possibilità che il progetto, oltre che frutto di una progettazione partecipata, sia continuamente formulato e “riplasmato” dalla contrattazione tra tutti i soggetti che ne sono protagonisti, perché risponda sempre ai bisogni percepiti dalla comunità e trovi in essa le risorse per sostenersi. Per "stabilità temporale" si intende la possibilità di un investimento prolungato nel tempo, perché promuovere il “protagonismo” dei ragazzi è un processo lento e faticoso. Ci siamo accorti che non conta tanto l'aspetto esteriore degli spazi che vengono loro concessi (anche, certo), quanto che gli spazi siano percepiti come luoghi da poter costruire e trasformare. E infatti i ragazzi hanno, di volta in volta, personalizzato e “utilizzato” gli spazi avuti: incontrandosi, organizzandovi feste o giochi, sapendo che lì potevano sentirsi come a casa. Molto lavoro sociale in questi anni ha lavorato su un’intuizione. Che ogni periferia può essere “centro del mondo”. A patto di lavorare sui legami tra persone, tra generazioni, tra la gente e il suo territorio, tra passato, presente e futuro di una collettività. A rileggere la nostra esperienza, ci accorgiamo
quanto essa sia stata animata da questa scommessa. Si è
lavorato tra le case popolari, ai margini di una piccola città
come Borgomanero, cercando di "portare il margine al centro".
L'esperienza di animazione con i giovani è stata insieme
sviluppo di comunità. E la partnership tra privato sociale
e ente pubblico è stata il volano dell'iniziativa. Una
città, se vuole diventare luogo ospitale e non spazio anonimo
segnato da barriere e ghetti, non può che lavorare in questo
senso e investire sul protagonismo sociale dei ragazzi. Il futuro
di una città dipende da chi la abita. Dipende da noi se
questa sarà sempre più un "luogo" umanamente
denso o un "non luogo" freddo e grigio. Un brano di
Marco Revelli, che riportiamo a conclusione di quest'esperienza,
chiarisce bene quella che è l'alternativa che secondo noi
le nostre comunità hanno di fronte: «Un luogo è
una frazione di spazio "lavorata" dalla storia, dalla
memoria, dall'esperienza vissuta di una collettività. È
il contrario dello sconosciuto e dell'indifferenziato: è
dove ci si trova "a casa propria". Dove ci si può
muovere "ad occhi chiusi" (perché ogni parte
del territorio ci è nota) e ci si può "capire
al volo" (perché ogni comportamento, atteggiamento,
parola degli altri ci sono consueti). Dove si riconoscono gli
altri e si è "riconosciuti". Un luogo - in sostanza
- è uno spazio dell'identità, delle relazioni e
della storia. Tale era il villaggio, il quartiere, la piazza,
il cortile, ma anche la fabbrica, il caseggiato operaio, il mercato…
Un "non-luogo", al contrario, è uno spazio inerte,
vuoto di relazioni, fantasmatico. È "lo spazio degli
altri senza la presenza degli altri", dove gli individui,
estranei tra loro, indifferenti l'uno all'altro, si sfiorano e
si urtano senza incontrarsi. Tali sono gli infiniti luoghi dell'esistenza
moderna commercializzata: i supermercati, gli aeroporti, le metropolitane,
artificiali e impersonali, dove lo spettacolo delle merci sommerge
ogni altro significato. E dove "nessuno si sente a casa propria,
ma non si è nemmeno a casa degli altri». Da: G.Campagnoli, M. Marmo: Animazione giovanile,
l'esperienza di
Il lavoro con gli adolescenti si snoda intorno a quattro aree:
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