| 
|
L'AREA
DIPENDENZE |
Ci sembra che la prevenzione abbia a che fare con
il desiderio adulto. E’ un desiderio “che i ragazzi non facciano…”.
Il contraltare del desiderio, da questo sempre evocato, è
la paura “che i ragazzi facciano…”. La percezione di adolescenti
sempre più sfuggenti e meno inclini ad aderire ai consigli/norme
dell’autorità adulta accresce la paura ed il desiderio
di intervenire. Purtroppo un desiderio che si muove da una paura
è smascherato dai minori come non vitale, come non evolutivo.
Perché i ragazzi “fiutano” dietro le buone ragioni della
prevenzione l’ombra del divieto, del limite imposto, che non va
sfidato perché già definito. E per questo lo sfidano.
Non si tratta solo di pura trasgressione, ma di voglia di misurarsi,
di vedere “l’effetto che fa”, aprendosi all’incertezza del risultato:
forza attrattiva del rischio.
Il desiderio adulto, che sa (anche inconsciamente) di non riuscire
a entrare nella testa dei ragazzi, si rivolge ai comportamenti,
cioè alle “cose da non fare”. Evitiamo che i ragazzi facciano
qualcosa che li metta in pericolo. Ma i comportamenti non sono
controllabili e manipolabili, a meno di privare i soggetti delle
proprie facoltà di sentire e pensare. Quindi è inutile
arenarsi in un compito impossibile, occorre lavorare con gli adolescenti
riconoscendone sia le capacità di scelta sia le difficoltà
a scegliere. Che sono tante. Allora il lavoro di prevenzione non
è più “evitare che i ragazzi facciano…”, ma “aiutare
i ragazzi a scegliere”. Non va ancora bene, perché sembra
che la scelta “giusta” sia già lì, ed il compito
della prevenzione sia quello di mostrarla ai ragazzi, di fare
in modo che optino proprio per questa scelta. Occorre una nuova
definizione delle finalità della prevenzione. Potrebbe
essere: “aiutare i ragazzi ad essere consapevoli nelle loro scelte”.
Questa definizione sembra dire dell’incontro tra due soggetti
che si riconoscono, tanto che uno può essere di sostegno
all’altro, senza sostituirsi ad esso.
Dal nostro punto di vista quando parliamo di prevenzione,
definiamo questo obiettivo: mettere il ragazzo nelle condizioni
di scegliere consapevolmente tra una gamma di possibilità,
valutando la complessità della situazione. Se vale la definizione
ora esposta, ne consegue che il lavoro di prevenzione è
anzitutto attività formativa, perché ha a che fare
con la costruzione ed affinamento di competenze da parte del ragazzo.
Una costruzione che è sociale ed ha come interlocutore
l’adulto e come contesto il gruppo. Viene allora da chiedersi
che ruolo abbiano le informazioni all’interno della prevenzione.
Anche qui è necessario un ripensamento: l’equazione PIÙ
INFORMAZIONI = MENO RISCHI viene costantemente smentita.
Spesso, ad esempio, i ragazzi che assumono sostanze hanno anche
più informazioni sull’argomento.
Proviamo a riconsiderare i termini. Se le campagne informative
hanno dimostrato di essere inefficaci (se non controproducenti)
da sole, occorre pensare ad un paradigma nuovo. Continuare a lavorare
solo sulle informazioni dimostra quanto questa operazione sia
difensiva dal punto di vista adulto. Difensiva perché permette
di non trattare il rapporto MINORI – ADULTI ma
di concentrarsi su un aspetto esterno alla relazione e neutrale,
come le informazioni.
Non si tratta di sminuire il ruolo delle informazioni. Un soggetto
che sa decidere in modo consapevole è un soggetto in grado
di ricercare e gestire le informazioni. Ma esporre una serie di
dati non significa fare in modo che i ragazzi li recepiscano e
li usino secondo aspettative adulte.
Parlando di prevenzione non ci si può esimere
dall’affrontare l’interrogativo apparentemente più banale:
chi sono i soggetti coinvolti. Se il riferimento è la prevenzione
primaria, i destinatari non possono essere che tutti i ragazzi.
Questo perché sarebbe ingenuo pensare che al giorno d’oggi
qualche adolescente possa non essere toccato dal tema dei comportamenti
a rischio o delle sostanze. Non stiamo affermando che tutti i
ragazzi rischiano o assumono qualche droga, ma che tutto ciò
accade comunque accanto ed intorno ad ognuno di loro. Elaborare
una posizione personale nei confronti dell’assunzione di sostanze
è oggi considerato un compito evolutivo per ogni adolescente.
Possiamo ben affermare che questi comportamenti siano diventati
parte del quotidiano, non rappresentando più eventi insoliti
e singolari, caratteristici di persone evidentemente devianti.
Proprio perché il tema è parte del quotidiano, il
gruppo di adolescenti si trova ad affrontarlo, così come
affronta ogni altra grande questione dell’età. E’ all’interno
del gruppo dei pari che, come ci ricorda Charmet, si affettivizzano
norme e valori, assumendo ruoli di guida nell’universo dei ragazzi.
L’adolescente si trova pertanto a confrontarsi con questo tema
rispecchiandosi nelle posizioni altrui, trovando nel gruppo non
(necessariamente) il luogo dell’acquiescenza al volere di tanti
ma il contesto della sperimentazione e della costruzione dei propri
atteggiamenti.
L’adulto che vuole fare prevenzione non può quindi esimersi
dall’avere a che fare con il gruppo, con le sue peculiarità
e umori, ma anche con le sue risorse. Allora il gruppo può
essere contesto e strumento di prevenzione, ma strumento non facile
da maneggiare, delicato e potente.
La metodologia della prevenzione, per essere efficace,
deve essere in grado di utilizzare le risorse del gruppo di adolescenti,
le sue dinamiche, evitando la scorciatoia di considerarle come
accessorie e spesso distraesti rispetto al raggiungimento degli
obiettivi.
Il lavoro con il gruppo può permettere agli adolescenti
di essere attivi costruttori di pensieri, non solo recettori:
non avrebbe senso attivare il gruppo se si mirasse solo all’acquisizione
acritica di informazioni. In quel caso il gruppo sarebbe davvero
d’ostacolo. Ma qui riteniamo che il percorso della prevenzione
debba esser formativo, e quindi interpellare il modo di pensare
dei ragazzi; un modo di pensare che considera anche le dimensioni
affettive, che non ha paura di affrontarle perché, se lo
scopo è aiutare l’adolescente a decidere in modo consapevole,
non gli si può chiedere di essere “macchina pensante”,
produttrice di decisioni logicamente razionali, quanto piuttosto
“essere vivente” che sperimenta moti contraddittori, ambiguità
drammatiche, slanci e ritrosie.
Parliamo di una formazione che sappia utilizzare il linguaggio
dei ragazzi e non opporne uno distante; quindi anche le nozioni
scientifiche possono entrare in gioco solo nella misura in cui
sono “usabili”, traducibili nell’esperienza dei ragazzi, e non
restino parola complicate su libri complicati.
Lavorare con il gruppo significa chiedergli di pensare, di essere
attivo. Quindi, da parte del formatore, stimolo e sostegno, capacità
di suscitare interesse, e disponibilità all’incertezza:
perché l’adolescente deve sentire di poter portare le sue
idee, non di dover ricalcare le attese adulte. Non si tratta quindi
di usare tecniche affascinanti, che incantino e impediscano di
pensare. Piuttosto tecniche provocanti, che richiedano di posizionarsi,
di dirsi, di non accontentarsi di formule trite e rimasticate.