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Confessioni di una comunità di operatori che è ferita nel desiderio

Lo sappiamo: ogni parola è parola autobiografica… ogni racconto è racconto autobiografico… parlare del nostro tempo è parlare del nostro modo di stare in questo tempo… vedere questo tempo è vederlo con i nostri occhi anche quando assumiamo le lenti di qualcuno per raccontare a noi stessi di volerlo guardare con maggior scientificità.

Narrare del desiderio significa parlare di quanto noi desideriamo e di quanto il nostro  stesso lavoro possa ribollire di desiderio.

Il fatto che questo tema stia attraversando la nostra preoccupazione animativa/educativa segnala che qualcosa in noi è in affanno nei confronti del desiderio. Evitando di attaccare le geremiadi rispetto alla sua assenza nei giovani e di affrescare uno scenario apocalittico del tempo di crisi, abbiamo provato a dircelo fra operatori… e abbiamo provato a parlarci della nostra fatica a desiderare.

 

Certamente sentirsi ai margini dei processi decisionali che riguardano il contesto in cui viviamo o, peggio, avere la percezione di una impossibilità a governare il proprio destino, costituiscono elementi che rendono difficoltoso spostarsi dalla mera gestione dell’esistente per slanciarsi in una dimensione desiderante: è un dato che sembra ingenerare una sorta di atrofia progettuale … una inibizione del rilancio desiderante sulla propria vita confinando il cuore sulla risposta al bisogno che si colloca nell’orizzonte del piccolo cabotaggio.

Il futuro segnato da alte dosi di incertezza o addirittura negato pone i soggetti in una condizione di spaesamento che inibisce la visione; quasi che fosse possibile poter individuare un desiderabile solo nella misura in cui lo si possa collocare in un tempo e in un luogo. Se non so dove appoggiare l’oggetto del mio slancio faccio più fatica a pensarlo e quindi a desiderarlo…

 

Un’altra condizione sembrerebbe rendere la nascita del desiderio problematica: il difficile rapporto con il peso e la profondità del vivere.

Da una parte l’affaticamento ingenerato da un tempo di trasformazioni così impegnative pare aver appesantito il cuore e la mente degli operatori dell’educazione, quasi che il desiderio non potesse farsi largo fra le macerie pesanti della delusione e dell’impotenza, avendo bisogno di un po’ di leggerezza che permetta di alzarsi da terra. La nostalgia di quello che costituiva il nostro mondo preferito, di un’età dell’oro forse nemmeno mai realizzata, determina un movimento di ritorno e non uno slancio verso il futuro.

Dall’altra è la difficoltà a credere davvero in un progetto che accenda una passione tanto profonda (e intima) da essere incolmabile, secondo un lessico diverso da quello dell’affannosa saturazione dei bisogni: è necessaria una trascendenza per desiderare qualcosa che non si possiede mai appieno, per poter essere mossi verso l’oltre del già acquisito.l

 

Se questi sono i racconti della condizione di fatica desiderante degli operatori, può essere utile proporre figure che ci spostino a individuare alcune tracce perché il nostro operare si riorienti verso la costruzione di condizioni che facilitino il riconoscimento delle possibilità desideranti.

A tal proposito riprendo alcune riflessioni di un autore già evocato, per costruire una cerniera fra situazione data e desiderata..

 

Levinas paragona il movimento animato dal bisogno ad Ulisse che, attraverso tutte le sue avventure e peregrinazioni, finisce per baciare la sua pietrosa Itaca. Il dinamismo guidato dal bisogno mira alla soddisfazione ed al possesso, seguiti nuovamente dalla mancanza e dalla ricerca di nuova soddisfazione. Il pensiero animato dal bisogno è sostanzialmente un pensiero nostalgico che mira ad un ritorno su di sé, ed alla propria conferma.

Il movimento stesso dell’Amore, analizzato da Platone, nel momento in cui trova uno scopo, un fine, diventa movimento di ritorno, di ricaduta, di interesse. La completa fusione tra i due amanti diventa movimento nostalgico, che tende a riunire per sempre ciò che lo fu un tempo, bisogno di unirmi a ciò che mi manca. “Perfino un bisogno sublime, come il bisogno di salvezza, è ancora nostalgia, malattia del ritorno. Il bisogno è il ritorno stesso, l’ansietà dell’io per se stesso, forma originaria dell’identificazione che abbiamo chiamato egoismo”, movimento inter-essato.

Al contrario il Desiderio è un movimento verso l’altro senza ritorno, svuotamento di sé, dis-inter-essamento, cioè, movimento verso l’al di là dell’essenza. Non va confuso con la nostalgia, mancanza del già conosciuto, perché è afflizione per il mai conosciuto e inconoscibile, dinamismo mosso dalla mancanza di chi non manca di nulla, pura gratuità. La figura individuata da Levinas per descrivere il movimento animato dal Desiderio è Abramo, Abramo che abbandona per sempre la sua terra in cerca della terra promessa. Il Desiderio si muove al di là di ogni fine o finalità, è deportazione, uscita dal regno del fine, e così solo movimento verso la trascendenza e l’alterità assoluta. L’assoluto non viene mai raggiunto, ma solo desiderato.

 

Allora come muoversi per allestire incubatori di desiderio… come organizzare questo accompagnamento artificiale coltivando la possibilità di vita dentro i semi di desiderio che si colgono?

Abbiamo individuato quattro movimenti utili.

 

  • Dall’educativo al politico. Dal destino individuale al destino comune. Ri-abitare dimensioni conflittuali in maniera generativa per contrastare l’assenza del conflitto, l’uniformità, che sembrano segnalare la malattia della nostra democrazia.
  • Dalle solidarietà fra soliti noti alla necessità, individuale o come organizzazioni, di contaminarci, mescolarci, desiderare insieme, uscendo dai “giri” già strutturati
  • Dal possesso rassicurante alla perdita rigenerante. Noi come singoli o come organizzazioni, cosa siamo disposti a perdere? Cosa dobbiamo mollare per essere più leggeri nel nostro viaggio, più capaci di essere soggetti desideranti?
  • Culturalmente siamo abituati a fare parte di un modello abituato a “mostrare i muscoli”: se mostriamo i nostri limiti, per paradosso, attiviamo risorse? Se mettiamo in campo azioni deponenti facciamo emergere semi di desiderio. Se occupi meno spazio si genera vita nuova.

 

  1. Cosa si intende per questo movimento dall’educativo al politico? Uno spostamento di centratura dall’attenzione alla relazione educativa a quella volta ad attivare processi partecipativi attorno ad interessi e oggetti anche piccoli, non necessariamente altisonanti, ma significativi e di impatto per i giovani stessi. Questa la traiettoria: far nascere, da ciò che i ragazzi avvertono come bisogni propri, interessi che fondano processi di partecipazione e nella loro traiettoria riescono ad “investire” altri, senza bloccarsi nel circuito chiuso della dinamica domanda-risposta.

Può essere la voglia di allestire di una pista di skate per il mio bisogno essere accolta per farne l’interesse che organizza un processo di partecipazione che arriva sino a proporre corsi per più piccoli della mia città interessati alla mia/nostra passione?

Come operatori sentiamo che i nostri compagni di viaggio faticano a trovare giovani “un po’ meno giovani” che svolgano una funzione di tutoraggio leggero, capaci di sostenere uno scambio nella ricerca, più tesi a stare dentro un processo che preoccupati di una dimensione tecnico/professionale.

Questo movimento ci porta a riformulare la scelta delle azioni da mettere in agenda, come frutto di un primo spostamento emotivo: posso ricominciare a fidarmi della capacità di cambiamento che una collettività desiderante è capace di mettere in campo? Partendo da oggetti piccoli e molto concreti, perché sono quelli che permettono ai soggetti di avvertire la possibilità di intervenire piuttosto che l’impotenza di fronte ad una complessità soverchiante.

 

Questo movimento che invoca un altro conduce ad introdurre nel nostro lavoro dimensioni quali dono, scambio generoso, gratuità, fiducia, alternative ad altre più dominanti quali misura, calcolo e possesso. Insomma, quelle dimensioni emotive che maggiormente vivificano un’esperienza di eros pedagogico. L’eros è anche “spreco” di energie, risorse che sembrano anche a rischio di inutilità, ma che spesso generano storia. Se non sei disposto a perdere, se hai paura di perdere, di “errare” o di ottenere risultati inattesi è difficile intraprendere una ricerca di scoperta del proprio desiderio.

 

Nominare l’eros e la sua forza non può non suggerire un richiamo a polemos…come se fosse questo lo slogan per rianimare il desiderio ” eros e polemos per rinascere al desiderio!”…..

Il filosofo politico Miguel Abensour ricorre al concetto di desolazione per designare la condizione dell’uomo sotto il regime totalitario, riprendendo la posizione di Hanna Arendt. La desolazione e’ uno stato che colpisce l’insieme delle relazioni che costituiscono l’esistenza umana e genera un sentimento di non appartenenza al mondo. Questa condizione si ingenera quando l’insicurezza degli individui si accresce. In questa situazione l’idea di una soluzione che risolva il disagio e la crisi eliminando ogni dimensione di rottura conflittuale in una totalità rassicurante diventa la via di uscita dalla democrazia. Democrazia che e’ sana quando si configura come esperienza della trascendenza in seno all’immanenza e quindi quando si manifesta come alterita’ irriducibile che si gioca nella dialogica delle diversità e del conflitto.

L’assenza di un sano conflitto e di esperienze che aiutino ad abitarlo, sembra essere il sintomo di una desolazione strisciante che segnala una democrazia debole e quindi incapace di allenare il desiderio. Nelle proposte di lavoro con i giovani rimettere all’ordine del giorno il tema del conflitto potrebbe aprire una pista interessante.

 

 

  1. Un desiderio ce lo siamo raccontati con molta forza e ha rappresentato il secondo movimento: basta con i recinti chiusi, che siano professionali o di altra natura… quei recinti che Lizzola chiama di “solidarietà perimetrate”! Parlarsi solo fra noi del sociale, fra noi educatori è percepito come sterile. Certo! Ci si capisce, e abbiamo bisogno di “comprensione”. Certo! Si dicono cose interessanti ai nostri occhi, ma non nasce molto di nuovo. Allora si affaccia prepotentemente il desiderio di un operatore come networker, comunicatore di nuovi mondi e connettore fra mondi diversi, un “incarnatore” di desideri, specie per quei ragazzi che non riescono ancora a dare un nome al proprio. Un ladro di intuizioni saccheggiate in mondi che la curiosità ha permesso di andare a visitare, per portarle nel nostro mondo, facendosi fecondare per generare altro. Di seguito o contemporaneamente a questo ragionamento si è aperta, con altrettanto vigore, una finestra sulle organizzazione di cui gli operatori fanno parte e in cui lavorano, affermando che il desiderio, per essere educativo e politico, non può essere individuale, ma comunitario.

Questo è parso un passaggio chiave: dal ruolo dell’educatore di fronte alla crisi del desiderio all’organizzazione che cerca al suo interno strategie per alimentare il desiderio. E questo ci è sembrato possa avvenire tutelando una quota di innovazione nelle organizzazioni: a fronte della rigidità dei progetti che colonizza le organizzazioni e il singolo, occorre proteggere dello spazio di sospensione dall’azione compulsiva per la riflessione, per farsi delle domande. Occorre garantire del tempo di vita e di lavoro dedicato a questo. In realtà tutto ciò non è in contrasto con la logica progettuale, a meno che essa venga appiattita su un tentativo di scimmiottare la scientificità di rigorosi esperimenti di laboratorio, simulando perfette concatenazioni fatte di identificazione impeccabile di bisogni oggettivi, ferrei cronoprogrammi, risultati attesi scolpiti a perenne monito. Semplicemente, una logica di progettazione sociale, desiderante, adatta alla complessità attuale deve aver altre caratteristiche: deve cogliere spunti, generare continuamente ipotesi di lavoro, rimetterle in discussione, essere all’erta per cogliere nuovi spunti che arrivano da incontri e risposte inattesi, sfruttare al massimo le risorse che compaiono lungo la via.

 

Questa logica progettuale spinge ad allargare i propri orizzonti piuttosto che a restringerli. Da qui, ad esempio, l’importanza di frequentare altri tavoli al di fuori delle politiche giovanili: politiche territoriali, politiche del lavoro, i tavoli dei piani regolatori, ecc. L’importanza di confrontarci anche con le realtà del for-profit, che spesso si segnalano per sensibilità sociali insospettate. Tra mondi apparentemente lontani si possono trovare elementi di estremo interesse. E se provassimo ad agire contaminandoci in questa direzione?

Importante anche riconvertire pratiche e procedure, non adeguandole al bando (in modo eterodiretto), ma a partire dal desiderio, capendo quali sono le intuizioni, le idee, cercando risorse ad hoc per sostenerle.

Al di fuori della nostra autoreferenzialità, abbiamo bisogno di appartenenze non pesanti, leggere.

 

  1. Dal possesso rassicurante alla perdita rigenerante. Questo passaggio ci è imposto dai fatti. Non è questo il luogo per dare spazio ad un ragionamento sul senso di ciò che sta avvenendo nella gestione della ridefinizione dei servizi alla persona nei nostri territori e in particolare nelle politiche per adolescenti e giovani, ma non possiamo non dire che: abbiamo anche avvertito qualche stortura e ricaduta infausta di un sistema di welfare che ha deresponsabilizzato la comunità ed ha utilizzato molte risorse per pochi e a volte senza raggiungere grandi risultati, ma qual è la controproposta messa in campo? E sull’esistenza di una proposta responsabile, potremmo avanzare qualche ragionevole dubbio. Ma ciò che ci è apparso, al di là di tutto questo, è un monito alle nostre organizzazioni e a noi stessi. Quale rappresentazione ha guidato l’abitare le nostre esperienze di lavoro e la produzione di capitale sociale sui territori interagendo con le giovani generazioni? Non è forse un’idea di possesso e di chiusura nel “nostro” centro, con i “nostri” ragazzi e giovani, dentro i “nostri” progetti, che ci ha collocato in un territorio rassicurante del noto/notissimo, che ora sentiamo invaso, desertificato e senza possibilità di bonifica? E non è forse anche salutare essere rimessi in viaggio non più come Ulisse verso un ritorno dell’uguale, ma come Abramo verso qualcosa che deve essere ancora inventato?

Quest’ipotesi potrebbe aiutare anche l’efficienza delle organizzazioni, verso una decrescita felice: se lasci qualcosa, e accetti di non doverla ritrovare a tutti i costi, esiste la possibilità che ti si riattivi il desiderio.

 

  1. L’ultimo passaggio riguarda l’accettazione piena della forza della propria debolezza…E’ sempre Levinas che nel culmine della sua riflessione, parla dell’esposizione della debolezza come invocazione alla responsabilità. Mi sembra che si sia corso il rischio in questo tempo che vogliamo oltrepassare, di celebrare in due modalità opposte, ma che si richiamano a vicenda, la propria dipendenza da un modello dominante in cui vale chi e’ potente, vale chi ha forza per realizzare la propria volontà: esiste da un lato il tentativo, tra l’altro abbastanza ridicolo, di emulare nella rincorsa quel modello e dall’altro il contro dipendente tentativo di voler a tutti i costi risultare “alternativi”, giocando così uno presunto smarca mento che non fa che riconoscere l’inelluttabilita’ del darsi un’identità per contrapposizione.  Il tarlo che la citazione levinassiana e la consolante esperienza piu’ volte goduta, vorrebbero introdurre e’ quella che l’esposizione della propria vulnerabilità, della propria  debolezza, sia l’unica strada per invocare ed ottenere solidarietà. E’ un movimento interessante per chi ha vissuto la struttura stessa della propria professionalità costituita da una capacita’ di aiuto, sostegno, affiancamento, accompagnamento, ecc. ecc.

Consegnarsi all’altro, soggetto individuale o plurale, nella propria impotenza.

“Dio si mise da parte ed ebbe inizio il mondo. Questo e’ il segreto dell’amore: se puoi mettiti in disparte. Chiedi solo un piccolo angolo nel tempo. Al tuo volere, metti confini e guarda come si espande il mondo”

Come se il lasciare uno spazio al vuoto sollecitasse il desiderio di poterlo occupare…

Azione deponente, ricama Lizzola, che pone l’azione nella passività che invoca.

Quasi che l’imperativo per l’operatore, oggi, per rianimare il desiderio, fosse quello di costruire uno spazio in cui sottrarsi per permettere l’accadimento di un protendersi solidale.

Ma può essere sostenibile un’azione che nega se stessa, da parte di chi spesso nell’azione si identifica?

 

Al termine di questa confessione, quale la consegna finale?

Abbiamo bisogno di costruire spazi di rielaborazione di queste esperienze, di queste emozioni e riflessioni fra operatori e nelle organizzazioni. Forse questo e’ l’apprendimento sovrano di questo incontro: si può produrre conoscenza utilizzando l’esperienza degli operatori e al contempo offrire loro, facendoli incontrare e parlare,  un supporto per riprodurre azioni ricche di quella conoscenza.

Sarà che da soli e’ impossibile desiderare?

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