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C’è bisogno di educazione più che mai

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Riflessioni pedagogiche per un’educazione che resiste

Premessa. Il Centro Educativo di Borgomanero è un posto dove alcuni dei ragazzi del territorio e della nostra comunità locale, incontrano educatori e altri ragazzi con i quali attraversano fasi complicate della loro vita. Sono ragazzi che vivono difficoltà legate all’integrazione, ai conflitti familiari, a povertà economiche e culturali dell’ambiente in cui vivono. Il Centro è aperto tutti i pomeriggi, dal pranzo al momento preserale in cui li accompagniamo a casa. Si trova in via Alfieri, 7. L’ambiente è formato da due grandi stanze più un ufficio, tavoli, divani, giochi e tanti disegni, fotografie, scritte appese alle pareti. In questo periodo il Centro ha cessato le sue attività abituali (attività di gruppo con i ragazzi e colloqui periodici con i genitori), ma ha riformulato il proprio modo di sostenere i ragazzi e le famiglie, a distanza, adattandosi al momento delicato che tutti insieme stiamo attraversando. Dal lavoro e dalle riflessioni di questi giorni difficili nascono le seguenti riflessioni e il lavoro educativo e di supporto che stiamo facendo con i nostri ragazzi. Le condividiamo con chi già ci conosce e chi non ancora, per raccontare un po’ di noi, per comunicare le nostre emozioni e il nostro entusiasmo, consapevoli di essere solo una piccola goccia nel mare di cura educativa che insegnanti, genitori, educatori stanno realizzando in questo periodo particolare. 

Riflessioni su questi giorni sospesi

…È portentoso quello che succede. E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni. Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo…

Da “9 marzo 2020” di Mariangela Gualtieri

Viviamo giorni strani. Per chi ha la fortuna di avere una casa e di poterci stare in questo momento, sono giorni in cui si prende contatto con un nuovo modo dello spazio e del tempo. E’ un tempo di sospensione, in cui l’invito è a stare fermi e le imposizioni riguardano il cessare molte delle attività che eravamo abituati a svolgere quotidianamente e che riempivano le nostre giornate: uscire, andare a scuola, al lavoro, passeggiare, fare gite, frequentare parenti e amici. E’ un tempo fragile, in cui paradossalmente la responsabilità a cui siamo chiamati ora come donne e uomini sembra essere quella di stare da soli, con i nostri familiari se si ha la possibilità di averli con noi, con il tempo domestico, fatta eccezione per chi non è affatto nella propria casa, ma sta lavorando incessantemente per salvare vite.

Per molti è l’occasione per trovare un tempo di cui spesso lamentiamo la mancanza: un tempo in cui possiamo stare con i nostri cari, i nostri figli, le nostre compagne e compagni. Ci stiamo creativamente ingegnando nel fare cose per cui normalmente facciamo fatica a trovare il tempo: leggere, giocare e cucinare con familiari, riordinare, fare le pulizie straordinarie di casa.

Mariangela Gualteri ha scritto in questi giorni una poesia ripresa e pubblicata da giornali e social, intitolata “9 marzo 2020”. Con versi delicati e poetici, Gualtieri parla di un sentire comune in un momento grave che è anche uno stato di eccezione che accomuna il vissuto di molti, sembra livellare le differenze. Anche se in realtà dovremmo ben tenere a mente che ne livella soltanto alcune.

Non tutti siamo uguali: le fatiche dei nostri ragazzi

Ci siamo interrogati come educatori cosa può significare questo periodo per i nostri ragazzi. Ci stiamo già accorgendo un po’ tutti che la chiusura forzata e prolungata mette in seria difficoltà i nostri equilibri emotivi. Ma per parecchi di loro la casa non è solo e tanto quel nido caldo che molti di noi oggi vivono in questo tempo di sospensione dal fare, non è un luogo di tranquillizzante cura e di protezione, ma è il luogo di amori materni e paterni affaticati, di conflitti urlati o negati, di relazioni di disconoscimento, di incomprensione, di ansie oppressive, di mancata cura, di impossibilitato contenimento, di impotenza sfiancante. E la costrizione tra le quattro mura diventa una piccola prigione.

E poi c’è la scuola. Per molti ragazzi online, è un’occasione per sperimentare un nuovo modo di viverla. Per altri semplicemente è lontano o non c’è più. 

Il diritto all’istruzione che nella Costituzione viene citato subito prima di quello alla salute, oggi si misura con i vincoli che il virus pone rispetto alla possibilità di relazionarsi in presenza. E mentre molti dei nostri figli sperimentano con curiosità ed entusiasmo gli innumerevoli strumenti che la tecnologia mette a disposizione, alcuni di loro, vivono in un mondo a parte nel quale manca il wifi in casa, i giga sono pochi, non si possiede un computer, il cellulare del genitore non è uno smartphone, le competenze proprie e dei familiari non consentono di comunicare e di maneggiare la tecnologia con facilità, la scuola chiede di fare cose nuove che non si capiscono, i ritmi sono andati persi e ritrovarli in questo tempo casalingo, magari con i genitori al lavoro, non è affatto semplice. Qualche insegnante ci chiama, perché non sa come condividere materiale, informazioni e sapere con loro. In questi giorni strani il diritto all’istruzione per qualcuno è molto complicato da garantire. E infine c’è il virus con le emozioni che provoca in ognuno di noi. Galimberti e Recalcati, tra gli altri, affermano che quella che proviamo in questi giorni non può essere definita propriamente paura, quanto angoscia. La paura, infatti, è un’emozione che proviamo davanti a una minaccia ben precisa, l’angoscia si genera quando il pericolo non è ben identificabile, come nel caso del Covid 19. La risposta all’angoscia è il panico, ci sentiamo impotenti e abbandonati, l’altro diventa un pericolo per noi. In un’epoca di individualismo sfrenato e di relazioni fragili il rischio è l’esasperazione di un processo di chiusura già in atto. Alcuni dei nostri ragazzi non capiscono bene cosa sta accadendo, non ne sono sufficientemente informati, percepiscono la tensione ma non i motivi, sono facili prede di qualsiasi bufala giri sul web e delle conseguenti sottovalutazioni o enfatizzazioni che ne derivano.

C’è bisogno di educazione più che mai

In questi giorni strani, allora, riteniamo che ci sia più bisogno di educazione che in altri periodi. Che non possiamo lasciare soli i ragazzi e le loro famiglie. Le reazioni dei ragazzi sono diverse: c’è chi si dà da fare, studia, partecipa ai lavori in casa, si connette con gli amici oltre che con l’aula virtuale, sfrutta il tempo per occuparsi di passioni e interessi che continua a coltivare, ma c’è chi si perde nell’assenza di ritmi, chi si sente disorientato, chi si deprime un po’, chi matura una subdola tendenza all’autoisolamento, chi è preoccupato per il presente e per il futuro, chi si chiude di fronte a un eccesso di presenza familiare. C’è solitudine e bisogno di relazione, c’è timore e speranza, lassismo e impegno. Sono in difficoltà, ma come educatori, insegnanti, genitori dobbiamo sapere che il nostro compito educativo non è quello, impossibile, di metterli al riparo dai loro disagi, ma fare della difficoltà un’occasione di apprendimento. Educare non è solo e tanto far fare esperienze positive ai ragazzi, ma è aiutarli a fare esperienze di senso nel bisogno, quando le cose non vanno come speravano, quando li deludono, quando provocano fatica, dolore e frustrazione, nelle situazioni di vita che si presentano, qualunque siano: esperienze che consentano comunque di toccare e misurare i loro limiti e le loro potenzialità, di imparare qualcosa da ciò che si vive e quindi, eventualmente, di cambiare. 

Non è facile. Serve riconoscere le loro alterità, autonomia e responsabilità, placare il nostro bisogno di proteggerli a tutti i costi, evitare di proiettare su di loro le nostre ansie e aspettative, non temere il confronto nè il conflitto, aprirci emotivamente all’ascolto e così offrire spazio alla loro narrazione. Come sempre d’altra parte; oggi, con più urgenza, e in modo più diffuso . 

ragazzi-adolescenti-studiano ad un tavolo CEM Borgomanero Vedogiovane scs

Cosa ci può insegnare questo tempo

Che cosa possiamo imparare oggi insieme ai nostri ragazzi? Prima di tutto che siamo parte di una comunità. Che la comunità esiste e che ognuno di noi può trovare forza nel percepire la propria fragilità, coglierla come naturale tratto umano, sentendo al contempo quella dell’altro, coglierne la potenzialità di comunione che ne può derivare.

Stiamo imparando a nostre spese, forse, che persino davanti a un virus che ha l’effetto di separarci, che ci costringe a mantenere le distanze, abbiamo la responsabilità di pensare al di là della nostra persona, possiamo prenderci cura degli altri che sono lontani, proprio perché ci sappiamo in relazione con loro, in un rapporto di reciproca dipendenza. All’interno della cornice ben rappresentata dal potente insegnamento di Don Milani “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. 

Ai ragazzi chiediamo e proponiamo continuamente di fare comunità nella diversità anche marcata che li contraddistingue; glielo chiediamo più fortemente oggi. Per farlo facciamo sentire loro, noi per primi, che non sono soli. Poi impariamo che oggi più che mai ci serve riflettere su ciò che sta accadendo. In questa fase serve non negare la paura ma neanche compiacerla.

Non farci sovrastare emotivamente dall’emergenza è il modo migliore per vivere questi giorni strani. Ci serve prudenza ma anche pensiero critico. E il pensiero critico richiede un atteggiamento riflessivo, che a sua volta si nutre di sguardo aperto e franco sulla realtà, sui vincoli e condizioni materiali che determinano limiti e possibilità della nostra azione, per comprendere, insieme, come sia possibile modificare la realtà in cui viviamo, nel nostro piccolo individuale, nello spazio intermedio del gruppo e delle nostre reti, nel campo vasto del collettivo. E infine impariamo ancora una volta che cura, relazione e responsabilità, termini molto citati in questo periodo, possono abitare la nostra quotidianità: nella concretezza delle scelte che ognuno di noi fa, in relazione con le nostre e altrui emozioni, ricordando ai ragazzi in questo tempo, che è anche di morte (non abbiamo paura a nominarla), che la vita vera, piena, bella e autentica è quella in cui si cerca con forza ed entusiasmo la propria realizzazione, nella libertà e nell’impegno, nella responsabilità verso sè stessi e verso la comunità umana locale e globale che abitiamo.

Cosa faremo allora come Centro Educativo? Strumenti e azioni per stare soli ma non isolati

Al Centro Educativo abbiamo allora deciso di continuare a fare educazione. Lo facciamo, stimolati e vincolati dalle restrizioni attuali, in modo nuovo, irrituale per un servizio di tipo prettamente pedagogico: utilizzando tutti i mezzi che abbiamo a disposizione e che possiamo condividere per comunicare a distanza, per socializzare accadimenti ed emozioni, per ascoltarli, per aiutarli con lo studio. Seguendo gli stessi ritmi “famigliari”, eravamo abituati a vivere una quotidianità piuttosto ordinaria fatta da pranzo insieme, gioco libero e svacco postprandiale, il momento dei compiti e dello studio, le attività di gruppo. Interrotta improvvisamente come è capitato a tutti. Ma noi sappiamo che il quotidiano in educazione non è l’ovvio e lo scontato, ma è sia il ricorsivo, sia l’inatteso. E nei giorni del virus allora ri-scopriamo ancora una volta e con più forza che il quotidiano non è soltanto quell’ordine confortante e continuo dei ritmi e delle routines delle nostre giornate, ma che è anche l’insieme delle occasioni cruciali, degli incontri decisivi, dei momenti in cui le cose non vanno, perfino degli avvenimenti indesiderati, che irrompono nella nostra vita e vi portano un dis-ordine, un ordine diverso, che può essere creativo. Vogliamo che i ragazzi comprendano che il Centro continua ad esserci e che loro in qualche modo possano continuare ad abitarlo, che sentano che la piccola e articolata comunità che si è creata nel e attorno al Centro continua a vivere, ad esistere e ad accompagnarli, e che possano trovare un concreto aiuto e sostegno nell’affrontare questa nuova modalità di vita quotidiana. Per questo motivo il Centro Educativo Minori di Borgomanero rimane attivo con modalità di comunicazione a distanza e attraverso tutto ciò che può facilitare la relazione e il reciproco sostegno. Gli strumenti e le azioni che stiamo mettendo in campo sono il frutto dell’approccio creativo e curioso alla realtà. E allora stiamo dando vita a un concerto di telefonate, messaggi audio via whatsapp, videochiamate. Per chi non ha un pc a casa utilizziamo il telefono, per chi non ha un proprio smartphone utilizziamo quello dei genitori, per chi non ha neanche quelli cerchiamo di procurargliene uno.

E facciamo sostegno scolastico dando appuntamenti ai ragazzi, ingegnandoci sugli strumenti da utilizzare di volta in volta. Proponiamo colloqui con i genitori, teniamo i rapporti con gli insegnanti, qualche volta portiamo anche il materiale didattico a domicilio (per chi non ha la stampante.. consegna tipo “postino”, rigidamente senza contatti diretti!). 

Stiamo diventando esperti di videochiamate con Meet, Zoom, o, per i più “boomer”, Hangouts e Skype. Whatsapp è scontato, ormai. E poi giochiamo. Ma quanti sono i giochi che si possono fare in gruppo a distanza o utilizzando il web!? Al Centro spesso giochiamo a “Uno” e sul web lo si trova per esempio.. Abbiamo aperto una chat di gruppo. Lanciamo tornei a distanza con domande o con prove da realizzare individualmente da riprendere tramite video. Condividiamo anche attività da fare ognuno a casa sua (es: una ricetta per fare una merenda) con condivisione di foto).

Ieri abbiamo fatto ginnastica insieme in videochat. E li stimoliamo a pensare, riflettere, raccontarsi ed esprimersi proponendo temi-stimolo (es: la mia giornata al tempo di Coronavirus, cosa mi manca di più adesso che devo stare in casa..) facilitando la loro espressione e narrazione.

E poi le videochiamate di gruppo.. che casino!

Tutti che parlano, uno sopra all’altro.. ma non è anche quello un modo per lavorare sull’ascolto!?.. e allora vai anche con le videochiamate di gruppo! come è bello nella confusione raccontarci e sentire la presenza di tutti, distanti ma uniti anche noi. ..Ecco questo è il Centro Educativo oggi. Un piccolo pezzo di mondo educativo che si mette in discussione nella marea di cambiamenti che oggi siamo costretti a mettere in campo. Con tutto ciò che la fantasia nostra e dei ragazzi ci sta suggerendo. Lo testimonieremo con foto, screenshot e video. Sarà divertente. E sarà anche molto impegnativo. Ma pensiamo sia necessario. Per loro e per noi. 

Buon lavoro a tutti

Paolo Granetto – coordinatore del Centro Educativo Minori

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